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	<title>dreamer</title>
	<subtitle type="html">
		adesso e non dopo
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  <updated>2008-08-04T09:14:24Z</updated>

    
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        <title type="html"><![CDATA[Generazione perduta di A. Scurati]]></title>
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          <![CDATA[
		  <font face=Verdana size=2>Non bisogna fidarsi di nessuno che abbia più di trent’anni&raquo;. Di fronte allo spettacolo senile e crepuscolare offerto dal congresso del Prc, verrebbe voglia di appropriarsi del motto dei rivoluzionari cubani che abbatterono Batista. Ma ce ne manca il fegato, e l’ardore. Primo perché i rivoluzionari in teoria dovrebbero essere loro, questi anziani signori sconfitti, litigiosi e spenti, secondo perché anche noi giovani scontenti, a furia di sperare nel rinnovamento della sinistra, abbiamo valicato da tempo la dorsale dei trent’anni. Il balletto di mozioni congressuali plurime, di odi di fazione, di scambi di voti a scrutinio segreto, di imboscate fratricide andato in scena a Chianciano ha la cadenza mesta di una danza macabra.&nbsp;<br><br>L’ostinata renitenza dei cosiddetti leader della sinistra che fu comunista a ogni ipotesi di ricambio generazionale è l’acuto finale del cupio dissolvi. In un clima di drammatico rischio d’estinzione di una gloriosa tradizione, emerge la figura di un leader di &#171;nuova generazione&raquo;, Nichi Vendola, che per caratteristiche personali e per storia politica potrebbe guidare la riscossa: un uomo del Sud che, pur del tutto anticonvenzionale, ha coraggiosamente strappato alla destra un suo feudo elettorale grazie all’entusiasmo popolare. Uno che odora di vittoria. I suoi compagni di partito che fanno? Fanno di tutto per affossarlo, a costo di gettare terra sulla propria sepoltura. Qui non si tratta di biasimare gli &#171;stanchi riti della vecchia politica&raquo;. Ad avvilirci è la loro monotonia ossessiva. Quegli anziani signori a congresso sembrano appassionarsi solo ai riti funebri; paiono aver dimenticato ogni gusto per quelli battesimali o propiziatori.<br><br>È lo sconforto di una generazione questo che ci prende. Una generazione perduta alla politica. Se per politica s’intende la possibilità individuale di agire nell’orizzonte grande della storia collettiva. Prima, negli Anni 70, un’infanzia funestata dalle foto segnaletiche dei terroristi di sinistra trasmesse dai tg. Poi, negli Anni 80, un’adolescenza &#171;rieducata&raquo; dall’ideologia iperconsumistica delle tv commerciali. Questa l’educazione politica toccata alla generazione dei nati alla fine degli Anni 60, la mia generazione. Arrivati alla soglia dei vent’anni, incontrammo la fine di un’epoca iperpoliticizzata e iperideologica. Anche quelli che, per inclinazione caratteriale o provenienza familiare, si sarebbero sentiti vicini alla storia della sinistra, e dunque alla passione politica vissuta come impegno in prima persona, si affacciarono alla vita adulta con l’atteggiamento disincantato e sfiduciato dell’orfano. Il crollo del Muro di Berlino ci colse a gozzovigliare davanti alla tv, con un bianchino in mano e il sarcasmo obbligatorio in bocca. Nemmeno fosse una serata del Festival di Sanremo. Io, cresciuto a Venezia, di quella notte ricordo solo la battuta di un mio amico che sembrava nato già mezzo ubriaco. Abbandonò per un attimo la ciacola con le ragazze, gettò uno sguardo divertito al televisore e commentò: &#171;Varda quel mona col picón&raquo;.<br><br>Se rievoco quest’episodio apparentemente incongruo, è perché quella notte finì un’epoca della politica ma per la mia generazione non n’è mai iniziata un’altra. Non a sinistra, quantomeno. Siamo entrati nella vita adulta con la sensazione che nell’arena politica non ci fosse niente per noi e niente di noi: nessuno spazio, nessun riconoscimento, nessun nostro leader, nessun nostro progetto, nessun godimento. Quella sensazione ci accompagna ancora mentre ci avviamo ai quarant’anni. Si è corroborata fino a diventare abitudine e vi hanno contribuito tanto la tracotante volontà di potere della nuova destra quanto il decadente cupio dissolvi della vecchia sinistra. <br><br>Ci abbiamo fatto quasi il callo oramai. Siamo a un passo dal cinismo, l’ultima spiaggia della rassegnazione. Anche di fronte allo spettacolo di questi distruttori mascherati da rifondatori, sarei tentato di dire, come quel mio amico di tanti anni fa: &#171;Varda quel mona col picón&raquo;. <br><br>(preso da <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=4827&amp;ID_sezione=29&amp;sezione=#">La Stampa</a>)</font>
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        <published>2008-08-04T09:09:00Z</published>
        <updated>2008-08-04T09:09:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[RI-FONDAZIONE? CHISSA'...]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <font face=Verdana size=2>Non si può rimanere perplessi leggendo delle vicende di Rifondazione a Chianciano. Lo slogan del congresso era "Ricominciamo", molto ambiguo visto l'esito finale. Le minoranze interne si sono infatti unite conto la maggioranza (Vendola e i bertinottiani). Vince Ferrero, sempre rimasto sullo sfondo&nbsp;in nome&nbsp;della "base". L'ex ministro sarebbe l'antileader perchè voluto da chi il partito lo fa, ovviamento poi diventa in nome loro leader.&nbsp;Finale democratico? Certamento sì, ma anche suicida. <br><br>La Sinistra Arcobaleno ha raccolto il 3% alle ultime elezioni. Rifondazione a congresso è stata divisa in in 5 mozioni (se non erro), di cui una candida apertamente alla guida politica il governatore della Puglia. Quest'ultima raccoglie quasi il 50%. Ha la maggioranza relativa. Che si fa a questo punto? Una linea ragionevole è quella di trovare un accordo, vista l'emergenza, visti i problemi del paese. Ed invece no, le minoranze con una "alchimia", così dice Vendola, si mettono assieme. Risultato: il documento di Ferrero, presentato da Russo Spena, raccoglie 342 voti. Quello di Nichi 304.&nbsp;&nbsp;<br><br>Insomma un partito spaccato. </font>
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        <published>2008-07-27T16:50:00Z</published>
        <updated>2008-07-27T16:50:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[STATO D'EMERGENZA MARONI]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <font face=Verdana size=2>Ancora lui e la sua ossessione: gli immigrati. Su proposta del ministro degli Interni Maroni il Cdm ha approvato "l'estensione all'intero territorio nazionale della dichiarazione dello stato di emergenza per il persistente ed eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari, al fine di potenziare le attività di contrasto e di gestione del fenomeno". Così si legge nel comunicato diffuso da Palazzo Chigi. </font>
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        <published>2008-07-25T14:18:00Z</published>
        <updated>2008-07-25T14:18:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA['NDRANGHETA WALTER E GLI ALTRI]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <font face=Verdana size=2>La procura reggina è riuscita a mettere in difficoltà il clan dei Piromalli. Da alcuni è stata già definita un'operazione storica. 18 i fermi eseguti dalla squadra mobile e dai Ros. Tra le ragioni del buon esito dell'operazione i contrasti tra famiglie mafiose sugli affari nel porto di Gioia Tauro. Inoltre sono coinvolti degli impreditori che oramai accettano di pagare alla criminalità organizzata quanto chiedono, le spese in più le mettono poi in bilancio come costi di gestione. <br><br>C'è una parte che forse non tutti racconteranno dell'indagine. Si tratta delle intercettazioni ad Aldo Micciché che media gli interessi della 'ndrangheta col versante politico. E' una faccendiere che in passato è stato un dirigente della Democrazia Cristiana. Ora è emigrato in Venezuela. In una coonversazione intercettata dice: "Hai capito il discorso? Hanno respinto ogni forma, ogni cosa!". Si riferisce alla volontà espressa dal leader del Pd Veltroni di non volere i voti della mafia. <br><br>Così scrivono sull'episodio di pm di Reggio Calabria: "La mafia percepisce come una sventura il rifiuto dei propri voti da parte di una formazione politica, a perfetta conferma, sia delle dinamiche comportamentali delle organizzazioni mafiose, che della particolare e spiccata mafiosità dei soggetti in questione, che delle ragioni per le quali hanno, invece, offerto il loro appoggio ad altra formazione politica i cui rappresentanti entrati in contatto con loro, non solo non hanno rifiutato, ma in qualche caso hanno accettato tale appoggio, e li hanno sollecitati ad attivarsi per la fornitura di tale appoggio". </font>
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        <published>2008-07-23T16:55:00Z</published>
        <updated>2008-07-23T16:55:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[MARONI, OSSESSIONE ROM]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <font face=Verdana size=2>Torna sulla questione campi nomadi il ministro degli Interni Maroni. Storiaccia che non riesce a mandare giù. Quindi rilancia: proporrà al governo di dare la cittadinanza italiana ai bambini Rom nati nel nostro paese e senza genitori. Polemizza con la stampa che ha scritto male. Non si è mai trattato di un schedatura etnica ma di un censimento. Il governo sta facendo "una cosa giusta, di equità". Nonastante tutte queste buone intenzioni è piovuta sul suo capo la condanna dell'Europa. Il 10 luglio scorso, in effetti, l'Europarlamento ha approvato una risoluzione critica verso l'esecutivo italiano. Dare la cittadinanza per motivi "umanitari", così come dice il ministro, sarebbe un'eccezione rispetto al nostro ordinamento. In Italia vige lo <em>ius sanguinis </em>secondo il quale la cittadinanza la si possiede avendo una genitore che già ce l'ha. Negli Stati Uniti si considera lo <em>ius soli, </em>basta essere nati in quel paese per acquisire il diritto di cittadinanza. Maroni apre involontariamene (credo) a questa ultima ipotesi che per un leghista è un vero e proprio paradosso. </font>
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        <published>2008-07-21T14:59:00Z</published>
        <updated>2008-07-21T14:59:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[BOSSI E IL DITO MEDIO]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		   <font face=Verdana size=2>Dobbiamo continuare a ridere? Sarebbe meglio, se non fosse che Bossi è un ministro della Repubblica. "Italia schiava di&nbsp;Roma..., toh! dico io", esclama col medio alzato il capo leghista. La&nbsp;citazione&nbsp;e l'interpretazione dell'Inno&nbsp;di Mameli è&nbsp;pura fantasia. La "schiava di Roma" non&nbsp;è&nbsp;un riferimento&nbsp;all'Italia ma alla "<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Vittoria_%28divinit%C3%A0%29">Vittoria</a>", la divinità romana disegnata con delle ali alle spalle e nume tutelare di quel popolo guerriero, la corrispondente della Nike greca. La prima strofa del canto nazionale parte con&nbsp;un richiamo&nbsp;classico. Invita gli italiani a mettersi in testa "l'elmo di Scipio",&nbsp;il generale romano&nbsp;che&nbsp;vinse&nbsp;e cacciò&nbsp;Annibale l'africano, per combattere contro gli invasori austriaci. Per una spiegazione il sito del <a href="http://www.quirinale.it/simboli/inno/inno.htm">Quirinale</a>.<br><br></font>
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        <published>2008-07-20T18:11:00Z</published>
        <updated>2008-07-20T18:11:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[ALITALIA, LE CORDATE ITALIANE]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <font face=Verdana size=2>Il tempo è finito annuncia Padoa Schioppa, ministro del Tesoro. “I tempi non sono così stretti”, gli risponde il collega ai Trasporti Bianchi. Perfetta fotografia di un governo, quello del passato centrosinistra, incapace a dire una qualsiasi cosa senza trovare al suo interno numerosi distinguo. Interviene anche un altro ministro, la Bonino, contro Bianchi. Questa volta tocca ad Alitalia passare per le contraddizioni di una coalizione impossibile. Tps ha lanciato l’allarme ieri in un colloquio col <i>Financial Times</i>: la compagnia di bandiera ha poche settimane di vita, in cassa i liquidi si assottigliano sempre più velocemente. L’intento era quello di fuoriuscire dalle sabbie mobili della ipotetica cordata italiana promossa da Berlusconi, con la possibile partecipazione dei suoi figli. Ma anche una considerazione di realismo ha spinto il titolare di via XX Settembre ad esprimere i suoi timori. Infatti al momento non c’è nessuna altra proposta concreta, quindi conviene che nell’incontro con i sindacati di domani si trovi un accordo. Termine ultimo il 31 marzo, lo stesso proposto dal presidente di Air France Spinetta. Bianchi invece ritiene che un’altra proposta c’è, quella di Air One, scartata in passato dal consiglio di amministrazione della compagnia di bandiera perché non dava sufficienti garanzie finanziarie. Anche Veltroni ha chiesto di fare in fretta. Ed ha esortato il leader del Pdl a fare i nomi degli acquirenti alternativi. Richiesta rimandata al mittente: ci vogliono tre settimane prima di fare un’offerta dice Berlusconi. </font>
<p><font face=Verdana size=2>Dello stesso avviso Carlo Toto, presidente di Air One, intervistato da <i>Repubblica</i> nei giorni scorsi e che già in passato aveva tentato di entrare nell’affare Alitalia sostenuto finanziariamente da Intesa San Paolo. Il Cavaliere sembra voler rimandare al dopo elezioni la questione, con l’obiettivo di salvare l’italianità dell’impresa e salvaguardare Malpensa, lo scalo milanese che sta a cuore alla Lega. Ci riuscirà? In questo momento è difficile capire come. Per questo diversi esponenti del Pd lo accusano di utilizzare strumentalmente, a fini elettorali, la cessione della compagnia italiana. Pur non riuscendo a raggiungere gli obiettivi prefissati, il Cavaliere potrebbe mostrarsi come il salvatore dell’onore nazionale </font></p>
<p style="TEXT-ALIGN: justify"><font face=Verdana size=2>Ulteriore domanda: e se non ci fosse nessuna cordata italiana e Air France dovesse stufarsi del tira e molla <i>des italiennne</i>? C’è il rischio evocato da Bersani, ministro dello sviluppo economico, del fallimento di Alitalia che porterebbe al commissariamento dell’azienda. A quel punto però si ridurrebbero anche i margini negoziali delle parti sociali. Quando una qualsiasi impresa fallisce, non è sottoposta ai medesimi vincoli contrattuali con i suoi dipendenti, di quando è in buona salute. Bonanni, segretario della Cisl, ha già parlato di “ricatto” per aver nominato il commissariamento. Ad appoggiare silente il Cavaliere c’è anche la sinistra radicale. Ma nemmeno poi tanto in silenzio visto che Bianchi da lì proviene. Con intenzioni diverse sia chiaro. Bertinotti e soci sono preoccupati dal numero degli esuberi previsti nel piano di Air France. Quali che siano i tempi resta certo che le disponibilità scarseggiano. La prova la si trova sul sito di</font><a href="http://corporate.alitalia.it/it/investors/index.aspx"><font face=Verdana size=2>Alitalia</font></a><font face=Verdana size=2>, dove si legge che in cassa al 31 gennaio 2008 ci sono 208 milioni di euro, con una riduzione rispetto allo stesso periodo dell’anno passato di 85 milioni di euro. Intanto oggi Prodi dai microfoni di Tg24 conferma che “una cordata italiana sarebbe auspicabile ma finora non si è presentata”. </font></p>
<p><font face=Verdana size=2></font></p>
<p><font face=Verdana size=2></font></p>
<p><font face=Verdana size=2></font></p>
<p><font face=Verdana size=2></font></p>
<p><font face=Verdana size=2></font></p>
<p><font face=Verdana size=2></font></p>
<p><font face=Verdana size=2></font></p>
<p><font face=Verdana size=2></font></p>
<p></p>
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        <published>2008-03-24T15:40:00Z</published>
        <updated>2008-03-24T15:40:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[IL MANIFESTO NON VUOLE RUTELLI]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <font size=2><font face=Verdana size=1>Secondo l'editoriale di&nbsp;Fabozzi su <em>il Manifesto</em> le ragioni della mancata alleanza fra Pd e Sinistra Arcobaleno&nbsp;per le elezioni&nbsp;politiche dovrebbero valere anche a livello locale, dunque Rutelli non va bene. Le cortesie fra Veltroni e Bertinotti&nbsp;hanno come "corollario un'incrollabile alleanza&nbsp;negli enti locali". Dunque, accusa, sarebbero pronti a consegnare il Paese a Berlusconi ma non il comune di Roma! Forse Fabozzi dimentica l'esito dell'esperienza di governo. <br></font><br></font><font face=Verdana size=1>In ogni caso Rutelli è il garante di tutt'altra allenza, dice sempre Fabozzi, quella sì invincibile, poca cosa rispetto alle delicatezze tra Pd e Sa, ed è quella fra Altare e Mattone. Altrimenti detto fra Ruini e i Palazzinari romani. Insomma prevarrebbero gli interessi di bottega: dai comunisti ai palazzinari sino a Ruini. Tutti con "Cicciobello" appassionatamente. Può darsi, chissà, ma se lo è sembra una combinazione aleatoria. <br><br>Chiude evocando i&nbsp;pericoli rischi se si continua sulla stessa strada: "Il Vaticano punta da sempre a governare la capitale per interposto sindaco, dunque mettere tra parentesi la laicità sarebbe un mezzo sucidio e un serio invito all'astensione". <br><br>Persolmente non vedo pericoli per laicità dello stato, tantomeno nella capitale.</font>
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        <published>2008-02-21T10:56:00Z</published>
        <updated>2008-02-21T10:56:00Z</updated>
        
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        <title type="html"><![CDATA[IL TESTO CHE IL PAPA AVREBBE LETTO]]></title>
        <summary type="html">
          <![CDATA[
		  <font face=Verdana size=2>Non vengo a imporre la fede ma a sollecitare il coraggio per la verità </font>
<p></p>
<p><font face=Verdana size=2>Magnifico Rettore, </font></p>
<p><font face=Verdana size=2>Autorità politiche e civili, </font></p>
<p><font face=Verdana size=2>Illustri docenti e personale tecnico amministrativo, </font></p>
<p><font face=Verdana size=2>cari giovani studenti! </font></p>
<p><font face=Verdana size=2>È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della &#171;Sapienza — Università di Roma&raquo; in occasione della inaugurazione dell'anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l'istituzione era alle dirette dipendenze dell'Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo. Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l'impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l'Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell'accoglienza e dell'organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un &#171;nuovo umanesimo per il terzo millennio&raquo;. </font></p>
<p><font face=Verdana size=2>Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l'invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un'occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell'università &#171;Sapienza&raquo;, l'antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la &#171;Sapienza&raquo; era un tempo l'università del Papa, ma oggi è un'università laica con quell'autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all'autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l'università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un'istituzione del genere.</font></p>
<p><font face=Verdana size=2>Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell'incontro con l'università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell'università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all'Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell'intera Chiesa cattolica. La parola &#171;vescovo&raquo;-episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a &#171;sorvegliante&raquo;, già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all'insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell'insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l'interno della comunità credente. Il Vescovo — il Pastore — è l'uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù — e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura — grande o piccola che sia — vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull'insieme dell'umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa — le sue crisi e i suoi rinnovamenti — agiscano sull'insieme dell'umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell'umanità.</font></p>
<p><font face=Verdana size=2>Qui, però, emerge subito l'obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un'affermazione — soprattutto una norma morale — dimostrarsi &#171;ragionevole&raquo;? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione &#171;pubblica&raquo;, vede tuttavia nella loro ragione &#171;non pubblica&raquo; almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l'altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l'esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell'umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell'umanità come tale — la sapienza delle grandi tradizioni religiose — è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.</font></p>
<p><font face=Verdana size=2>Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l'intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.</font></p>
<p><font face=Verdana size=2>Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l'università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell'università stia nella brama di conoscenza che è propria dell'uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l'interrogarsi di Socrate come l'impulso dal quale è nata l'università occidentale. Penso ad esempio — per menzionare soltanto un testo — alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: &#171;Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti ... Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?&raquo; (6 b — c). In questa domanda apparentemente poco devota — che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino — i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d'uscita da desideri non appagati; l'hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l'interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell'essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell'essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l'interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell'ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l'università.</font></p>
<p><font face=Verdana size=2>È necessario fare un ulteriore passo. L'uomo vuole conoscere — vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra &#171;scientia&raquo; e &#171;tristitia&raquo;: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto — chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell'interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l'ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell'incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.</font></p>
<p><font face=Verdana size=2>Nella teologia medievale c'è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire — una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l'università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come &#171;arte&raquo; che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell'universitas significava chiaramente che era collocata nell'ambito della razionalità, che l'arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all'ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s'individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all'essere buono dell'uomo? A questo punto s'impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell'uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell'opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell'umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa &#171;forma ragionevole&raquo; egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un &#171;processo di argomentazione sensibile alla verità&raquo; (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico &#171;processo di argomentazione&raquo; sono — lo sappiamo — prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all'insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.</font></p>
<p><font face=Verdana size=2>Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos'è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla &#171;ragione pubblica&raquo;, come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d'interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell'università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c'erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull'essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l'uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda — in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.</font></p>
<p><font face=Verdana size=2>Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall'altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d'Aquino — di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico — di aver messo in luce l'autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s'interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il &#171;sì&raquo; alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell'università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta &#171;Facoltà degli artisti&raquo;, fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull'avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l'idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro &#171;senza confusione e senza separazione&raquo;. &#171;Senza confusione&raquo; vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al &#171;senza confusione&raquo; vige anche il &#171;senza separazione&raquo;: la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all'umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell'umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un'istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all'interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una &#171;comprehensive religious doctrine&raquo; nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.</font></p>
<p><font face=Verdana size=2>Ebbene, finora ho solo parlato dell'università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell'università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell'università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l'uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all'umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell'uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell'uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale — per parlare solo di questo — è oggi che l'uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all'attrattiva dell'utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell'università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione — sollecita della sua presunta purezza — diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e — preoccupata della sua laicità — si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.</font></p>
<p><font face=Verdana size=2>Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell'università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro. </font></p>
<p><font face=Verdana size=2>Dal Vaticano, 17 gennaio 2008</font></p>
<p><font face=Verdana size=2>Benedictus XVI</font></p>
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        <published>2008-01-16T16:00:00Z</published>
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		  <font face=Verdana size=1>Kate Winslet sostituisce&nbsp;la Kidman sul set di <em>The Reader</em>, film diretto da Daldry, quello di <em>The Hours</em>.&nbsp;Nicole non può perché incinta.&nbsp;</font>
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